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Museo di San Severo Napoli e Cristo Velato

Museo di San Severo Napoli situata nel cuore della città…

Lega la sua fama alla personalità del suo geniale ideatore, Raimondo de Sangro, principe di San Severo (Torremaggiore 1710 – Napoli 1771), illuminista, uomo d’armi, letterato, mecenate, primo maestro della Massoneria Napoletana, ma più di ogni altra cosa, geniale inventore. Egli attribuiva valore esoterico ed iniziatico alla conoscenza, ragion per cui fu sempre restio alla divulgazione delle sue scoperte. Parte della sua conoscenza la possiamo intuire dal simbolismo della cappella, un vero gioiello di creatività barocca, bellezza e mistero.

Museo di San Severo Napoli Informazioni Utili..

Situato nel cuore del centro antico di Napoli, il Museo di San Severo Napoli è un gioiello del patrimonio artistico internazionale. Creatività barocca e orgoglio dinastico, bellezza e mistero s’intrecciano creando qui un’atmosfera unica, quasi fuori dal tempo.

Cristo velato

Tra capolavori come il celebre Cristo velato, la cui immagine ha fatto il giro del mondo per la prodigiosa “tessitura” del velo marmoreo, meraviglie del virtuosismo come il Disinganno ed enigmatiche presenze come le Macchine anatomiche, la Cappella Sansevero rappresenta uno dei più singolari monumenti che l’ingegno umano abbia mai concepito.

Un mausoleo nobiliare, un tempio iniziatico in cui è mirabilmente trasfusa la poliedrica personalità del suo geniale ideatore: Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero.

Museo di San Severo Napoli
Via Francesco De Sanctis, 19/21
80134 – Napoli
Tel./fax: +39 081.5518470

Le origini della Cappella Sansevero sono legate a un episodio leggendario. Narra, infatti, Cesare d’Engenio Caracciolo nella Napoli Sacra del 1623 che, intorno al 1590, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al giardino del palazzo dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide crollare una parte del muro di cinta di detto giardino e apparire un’immagine della Madonna. Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d’argento e un’iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l’uomo tenne fede al voto. L’immagine sacra divenne allora meta di pellegrinaggio, dispensando molte altre grazie.

Poco dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, gravemente ammalato, si rivolse a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (oggi visibile in alto sull’Altare maggiore), una “picciola cappella” denominata Santa Maria della Pietà o Pietatella. Fu però il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria, che intraprese nei primi anni del ’600 grandi lavori di trasformazione e ampliamento, modificando l’originario sacello in un vero e proprio tempio votivo destinato a ospitare le sepolture degli antenati e dei futuri membri della famiglia.

Della fase seicentesca della Cappella Sansevero sono rimaste pressoché inalterate solo le dimensioni perimetrali e la snella architettura dell’insieme, nonché la decorazione policroma dell’abside; sono ancora visibili, inoltre, quattro mausolei nelle cappellette laterali, mentre altri di cui si ha notizia sono stati rimossi. L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute, infatti, sono frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che a partire dagli anni ’40 del ’700 riorganizzò la Cappella secondo criteri del tutto nuovi e personali.

Benché molti particolari dell’aspetto seicentesco del tempio gentilizio ci sfuggano, è certo che già allora esso dovette essere uno scrigno d’arte: lo testimonia, tra gli altri, la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (1685), che definì la cappella dei di Sangro “grandemente abbellita con lavori di finissimi marmi, intorno alla quale sono le statue di molti degni personaggi di essa famiglia co’ loro elogi”. Quel che è sopravvissuto delle opere seicentesche conferma sostanzialmente tale impressione, anche se la magnificenza dei lavori settecenteschi mette in ombra quanto eseguito prima dell’attività mecenatesca di Raimondo di Sangro.

Sin dalle origini, dunque, la Cappella è circonfusa di un alone leggendario: il racconto di d’Engenio Caracciolo è certamente intessuto con particolari fantasiosi, ma la suggestione resta. Il ruolo avuto da Alessandro di Sangro nelle vicende edificatorie della Cappella Sansevero, peraltro, è confermato – oltre che da diverse testimonianze d’archivio – dall’iscrizione posta sulla porta principale del complesso monumentale, che recita: “Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria destinò questo tempio, innalzato dalle fondamenta alla Beata Vergine, a sepolcro per sé e per i suoi nell’anno del Signore 1613”.

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Posto al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle opere più note e suggestive al mondo. Nelle intenzioni del committente, la statua doveva essere eseguita da Antonio Corradini, che per il principe aveva già scolpito la Pudicizia. Tuttavia, Corradini morì nel 1752 e fece in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato al Museo di San Martino.

Museo di San Severo Napoli

Fu così che Raimondo di Sangro incaricò un giovane artista napoletano, Giuseppe Sanmartino, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Sanmartino tenne poco conto del precedente bozzetto dello scultore veneto. Come nella Pudicizia, anche nel Cristo velato l’originale messaggio stilistico è nel velo, ma i palpiti e i sentimenti tardo-barocchi di Sanmartino imprimono al sudario un movimento e una significazione molto distanti dai canoni corradiniani. La moderna sensibilità dell’artista scolpisce, scarnifica il corpo senza vita, che le morbide coltri raccolgono misericordiosamente, sul quale i tormentati, convulsi ritmi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi che la pietosa copertura rendesse ancor più nude ed esposte le povere membra, ancor più inesorabili e precise le linee del corpo martoriato.

La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato finalmente nella morte liberatrice sono il segno di una ricerca intensa che non dà spazio a preziosismi o a canoni di scuola, anche quando lo scultore “ricama” minuziosamente i bordi del sudario o si sofferma sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo. L’arte di Sanmartino si risolve qui in un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.

Il Museo di San Severo Napoli è situato nel cuore del centro antico di Napoli, alle spalle di piazza San Domenico Maggiore.

  • Per chi viaggia in autostrada: prendere l’uscita Porto. L’auto può essere depositata al parcheggio Brin. Prendere il bus CS (fermate corso Umberto I, via Duomo o piazza Dante) o C82 (fermata via Nuova Marina, in corrispondenza dell’incrocio con via Porta di Massa).
  • Per chi viaggia in aereo e atterra all’Aeroporto Internazionale di Capodichino: prendere l’Alibus (fermata piazza Municipio), poi il bus 1, 4 o C82 (fermata via Nuova Marina, in corrispondenza dell’incrocio con via Porta di Massa).
  • Per chi viaggia in treno e arriva alla Stazione Centrale o alla Stazione di Mergellina: prendere la Metropolitana, linea 2 (fermata Cavour).
  • Per chi viaggia con mezzi marittimi e arriva alla Calata Porta di Massa o al Molo Beverello: prendere il bus 1, 4 o C82 (fermata via Nuova Marina, in corrispondenza dell’incrocio con via Porta di Massa); per chi arriva al Molo di Mergellina: prendere il bus R3 (fermata via Medina) o recarsi alla vicina Stazione di Mergellina e prendere la Metropolitana, linea 2 (fermata Cavour).

In tutte queste opzioni, è previsto un percorso aggiuntivo a piedi di circa 5/10 minuti. Per ulteriori informazioni, o per verificare eventuali cambiamenti di percorso delle linee del trasporto pubblico urbano, consigliamo di consultare i seguenti siti: www.anm.it, www.trenitalia.com, www.metro.na.it

Museo di San Severo Napoli

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Napoli Sotterranea..viaggio nel sottosuolo della città

Napoli Sotterranea…Viaggio nel sottosuolo di Napoli..

La visita dell’Associazione Napoli Sotterranea si svolge al di sotto di p.za San Gaetano all’interno delle grandi cavità realizzate dai Greci per recuperare materiale tufaceo da destinare alla costruzione delle mura e dei templi e all’interno dei numerosi ambienti utilizzati come ipogei funerari.

Informazioni Utili Napoli Sotterranea…

Ogni epoca, dalla fondazione della Neapolis alle bombe della seconda guerra mondiale, ha lasciato traccia sulle mura di tufo giallo, pietra con cui la città è costruita.
A quaranta metri di profondità sotto le vocianti e caratteristiche vie del centro storico di Napoli, si trova un mondo a parte, per molto ancora inesplorato, isolato nella sua quiete millenaria eppure strettamente collegato con la città.
E’ il grembo di Napoli, da cui essa stessa è nata. Visitarlo significa compiere un viaggio nel tempo lungo duemila e quattrocento anni.
Di Napoli tutti apprezzano le eccezionali bellezze, la cultura e l’arte, ma pochi conoscono la storia del sottosuolo. Solo da qualche anno l’interesse dei napoletani si e’ indirizzato anche verso esso, pur se ancor oggi non se ne possiede una sufficiente conoscenza. L’opera dell’ Associazione Napoli Sotterranea è tutta tesa al recupero del sottosuolo e della sua valorizzazione. Il sottosuolo di Napoli è nato con la città e con essa è cresciuto ed oggi ci troviamo di fronte ad una vera e propria storia di Napoli sotterranea.

Napoli Sotterranea

Come raggiungere Napoli Sotterranea

Piazza San Gaetano 68 Napoli
Telefono: (+39) 081 29 69 44
Cellulare: (+39) 340 4606045

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I primi manufatti di scavi sotterranei risalgono a circa 5000 anni fa, quasi alla fine dell’era preistorica. Successivamente i greci prelevarono grosse quantità di tufo per la costruzione di mura e templi e scavarono numerosi ambienti per creare una serie di ipogei funerari. E’ il caso della cava greca che lo speleologo Enzo Albertini, presidente della suddetta associazione, dopo anni di ricerche sotterranee, riportò alla luce,a circa 40 mt di profondità al di sotto del cimitero di Santa Maria del Pianto. Da tale cava i greci prelevarono tutto il materiale tufaceo per la costruione della Neapolis del IV sec a.c., lasciando sulle pareti monogrammi e graffiti identici a quelli ritrovati sulla cints muraria a piazza Bellini ed a via Foria. Continuarono i Romani che costruirono in epoca augustea un grandioso acquedotto e gallerie viarie: grotta di Cocceio e grotta di Seiano.

Agli inizi del 1600 la città era talmente estesa che il vecchio acquedotto e le innumerevoli cisterne pluviali non riuscivano più a spegnere la sete. Fù così che nel 1629 un facoltoso nobile napoletano, il Carmignano, costruì un nuovo acquedotto. Agli inizi del 1900 si cessò di scavare nel sottosuolo per l’approvigionamento idrico, abbandonando così una rete di cunicoli e cisterne di oltre 2 milioni di mq. che attraversava in lungo e in largo la città. Lo scoppio della seconda guerra mondiale ed i conseguenti bombardamenti ridiede importanza al sottosuolo, le cui gallerie vennero utilizzate come ricoveri antiaerei. Attualmente, parte di queste cavità non sono più raggiungibili perchè ostruite da detriti scaricati abusivamente da pozzi che collegavano strade e palazzi al sottosuolo, soffocandone così l’enorme interesse storico-culturale per la nostra città.

Il teatro nascosto, all’improvviso spunta da un “basso”. Papino Stazio in una lettera alla moglie esalta i templi e una grande piazza porticata, forse l’area del Foro e fa esplicito riferimento a due grandi teatri nella città, quello all’aperto e quello al coperto, ubicati nell aparte superiore del Foro, alle spalle dell’area sacra del tempio dei Dioscuri. A testimoniare tale presenza basta percorrere via Anticaglia dove si possono vedere due massicce arcate che in epoca romana erano strutture di rinforzo dell’esterno del teatro.Scendendo nel sottosuolo si potranno ammirare altre meraviglie e, armati da un po’ di immaginazione, si potrà capire la grandezza di questo teatro, tra i più importanti e ampi del tempo,grazie all’impegno professionale di Enzo Albertini che ha riscoperto e valorizzato quanto oggi e’ possibile ammirare. Persino Nerone volle esibirsi qui, presentando le opere da lui composte nella città, l’unica rimasta di lingua e di cultura greca. Gli scrittori antichi raccontano che assoldò spettatori compiacenti tra la plebe per farsi applaudire, e nemmeno un terremoto fece interrompere il suo canto.

Dalla bottega di un falegname ecco rispuntare una parte del teatro di NERONE. Nel cuore di Napoli,  in Vico Cinquesanti, appena a ridosso dell’ agorà,  del foro(oggi Piazza San Gaetano) , dove fino a qualche tempo fa c’era la bottega di un falegname adesso e’ possibile visitare un sito di grande fascino, un altro frammento del teatro romano. Nello spazio ristretto di 150 mt quadrati, ma dalla considerevole altezza di 12, c’è quel che resta della “summa cavea”,ovvero l’anello superiore della gradinata di quel teatro dove nel 64 d.c. si esibiva Nerone. All’interno è stata allestita anche un’esposizione presepiale con 30 scarabattoli del 1700. Infatti nel ’700 il presepio Napoletano visse la sua stagione d’oro. Usci’ dalle chiese dove era stato oggetto di devozione religiosa, per entrare nelle case dell’aristocrazia e divenire oggetto di un culto ben piu’ frivolo e mondano. Il re Carlo III aveva una vera passione, così tanto da partecipare personalmente e coinvolgere famiglie e corte nella realizzazione e vestizione di pastori e nel montaggio dell’enorme presepe del Palazzo Reale.

Il Presepe assume una sua configurazione ben precisa: le figure sone realizzatecon manichini in filo metallico ricoperto di stoppa, le teste e gli arti sono il legno dipinto, che poi sarà gradualmente sostituito dalla terracotta policroma. Erano figurati in ogni modo gli episodi narrativi evangelici, la nascita nella grotta-stalla (con l’influsso pre-romantico essa diventerà una capanna appoggiata ai ruderi di un antico tempio, allegoria non tanto velata al crollo del paganesimo) con la Madonna seduta su di un sasso e San Giuseppe in piedi. Le scene presepiali si snodano tra ruderi di muratura Romana all’ombra del Opus Compositum, quello originale però, tentando e riuscendo in una sinergia assoluta, ad unire passato e presente che si incontrano e fluiscono l’uno nell’altro in perfetta sintonia con la storia del centro storico della città, dove allo strato greco si è sovrapposto il romano, pi quello medievale fino ad arrivare all’ultimo che risale al 1600. Infatti i lnesso tra la scenografia del Presepe allestito tra resti romani e la Summa Cavea è proprio la muratura, il famoso opus Compositum. Lo spettatore si ritroverà ad ammirare in miniatura resti romani all’ombra di quelli originali del teatro.


10,00-11,00-12,00-13,00
14,00-15,00-16,00
17,00-18,00
(giovedì ore 21,00 solo su prenotazione raggiungendo un minimo di 5 persone)

Escursioni in inglese:
10,00-12,00-14,00-16,00-18,00
(giovedì ore 21,00 solo prenotazione raggiungendo un minimo di 5 persone)

Per gruppi inferiori a 10 persone non è necessaria la prenotazione.

Escursioni in altre lingue, gruppi o escursioni fuori dagli orari di apertura solo su prenotazione.

Telefono: (+39) 081296944
Cellulare: (+39) 3404606045
Cellulare: (+39) 328 6763984
Cellulare: (+39) 333 3180477

Email: info@napolisotterranea.org

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